La Porta stretta di S.Puddu Crespellani

Ai lavori di Maria si può accedere per due porte: una, che si direbbe principale, è visibile, attraente e di facile entrata; l’altra, apparentemente secondaria, è più nascosta, una porticina stretta ed inappariscente.
La prima porta è estetica, e su questa non mi dilungo: ciascuno coi suoi occhi può scoprire da solo molte cose, perchè le mini-sculture di Maria, per chi vi si accosta da questo lato, parlano un linguaggio piano, diretto, comprensibile; sono cordiali ed aperte come la sua autrice: entrarvi in relazione non costa nessuna fatica.
Voglio dire appena qualcosa sul loro stile, originale per autenticità, semplice e vivo come quello di una grafia, che fa tutt’uno con la persona; contemporaneo per sensibilità formale, eppure distante, per carattere, da qualunque corrente; uno stile che direi pervaso, soprattutto, da quella rapidità e leggerezza che Calvino segnalava come virtù consigliabili per il prossimo millennio.
Da questa porta, possiamo guardare ai lavori di Maria come a piccole opere d’arte.

Vorrei invece dire di più sulla seconda porta, quella che rischia di passare inosservata.
O se non altro, che per essere più stretta, più esclusiva, potremmo essere tentati non varcare. Il che ci porterebbe a non coglierne la componente più singolare e forse più viva.
Questa componente è marcatamente spirituale. Fa un pò di paura usare questa parola che, in arte, da Kandinskij in poi si è sentita usare pochissimo. Eppure è proprio di questo che dobbiamo parlare.
La piccole sculture di Maria raccontano episodi di una storia di dialoghi e lotte tra un ricco ed umanissimo mondo di emozioni, ed un principio trascendente.

In altre parole, mettono in relazione due universi di discorso, e i loro codici corrispondenti: la gamma mutevole, vibrante e inestricabile dei sentimenti che accompagnano le vicende della vita, e gli ideali, la dottrina, la simbologia e l’aneddotica di una visione religiosa.

Il primo dei due codici lo possediamo tutti, nella misura in cui sappiamo vivere a contatto con le nostre emozioni; il secondo è invece un codice non a tutti accessibile, vuoi per formazione, vuoi per scelte; ma il dato più importante è che c’è un ponte di fede lanciato tra questi due mondi: e chi lo sa vedere, chi è in grado di attraversarlo, può accedere ad una ricchezza di senso insospettabile per chi non lo attraversa o non lo vede.

Sembra che la struttura simbolica, semantica, dei lavori di Maria sia organizzata proprio come quei conventi che lei ci raffigura: con una parte di maggiore pregio estetico -gli ingressi, il chiostro, la basilica- facilmente visitabile, aperta a quei turisti che guardano, ascoltano le spiegazioni della guida, fotografano, e passano; ed una parte meno pubblica, -di orti, cappelle, refettori, celle monacali, biblioteche- riservata ai pellegrini, che la vivono, la meditano, la partecipano.
Guardandole da questo lato, le sue opere sono piccole preghiere in terracotta piene di umiltà e fervore.
Ora, potrebbe sembrare che le cose dette finora tendano a mostrarci le due porte come contrapposte, e la seconda come migliore della prima. Per me non è così. Vedo la loro bellezza e la loro ricchezza nel fatto che ci siano entrambe, che queste opere siano aperte a “turisti” e “pellegrini”, che la dimensione estetica e quella spirituale, in esse, formino un tutt’uno.
Siamo lontani, in ogni caso, dall’”arte per l’arte”. Siamo lontani dai segni che rappresentano se stessi. Effettivamente, se Maria arriva ad esporre solo oggi, dopo tanti anni, le sue micro-meraviglie, è per il fatto che ha dato altre priorità alla sua vita. L’arte non è stata al primo posto nella scala dei valori.
Perciò queste miniature traboccano di contenuti, di vissuto, di riferimenti, di simbologie; sono poetiche in questo senso specifico: che i loro significati eccedono continuamente i segni. E lo fanno utilizzando una virtù squisita -e schiettamente cagliaritana: l’ironia affettuosa, l’umorismo del cuore intelligente.
A me piace leggere questi lavori come pagine di diario di un itinerario interiore tra il mondano e il mistico, piccola odissea al femminile tra i mari ora sereni ora burrascosi della vita di ogni giorno. Forse esagero. Possiamo sempre chiederlo all’autrice. Di certo aprono un tema difficile da porsi, rispetto al quale l’arte del nostro secolo si mostra spesso noncurante o reticente: sto parlando del dialogo tra il quotidiano e il sacro, qualunque cosa questo termine per ciascuno significhi. La chiara prospettiva religiosa da cui muove Maria è, dal mio punto di vista, una delle varie possibili.
Resta il fatto che questo dialogo è per tutti tanto controverso come essenziale; ed in queste opere -fragili e audaci, deliziose, vive, palpitanti- possiamo decifrare e riconoscere l’equilibrio peculiare che l’autrice ha saputo raggiungere, ed offrirci, tra sublimazione, conflitto, tenerezza, grazia ed ironia.

Stefano Puddu Crespellani (1995)

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