Villanovaforru 2004

Da metà maggio e fino a metà giugno, alla sala Mostre del Museo “Genna Maria” di Villanovaforru, è possibile vedere la raccolta fino ad oggi più completa dei lavori in ceramica dell’artista cagliaritana Maria Crespellani, in un’esposizione dal titolo “Terra trasfigurata”, propiziata dal sempre attento direttore del Museo, Ubaldo Badas, e curata con sensibilità e acutezza dall’architetto e storico dell’arte Franco Masala.

Chi non conosce questa autrice non si pentirà di fare un viaggio fino a questo paesino, nel cuore di un Campidano ancora esuberante, per farsi conquistare dai suoi microcosmi magici, che con spontaneità ed eleganza riescono a dire cose profonde in un linguaggio a tutti comprensibile. Cosa strana, di questi tempi, ci troviamo davanti ad opere che stabiliscono una relazione diretta con qualunque osservatore, senza bisogno di intermediazioni critiche; sono dotate  di una sorta di struttura semantica multistrato, che situa il dialogo sul livello preferito dall’interlocutore: estetico, narrativo, ludico, emotivo, filosofico, trascendente.

Maria Crespellani si è data a conoscere relativamente di recente nel panorama artistico isolano, e non si saprebbe bene come situarla in relazione ai principali riferimenti ideologici o stilistici: la maggior parte del suo lavoro si è svolta nel silenzio e nell’anonimato, fino alla fine degli anni ’80, età di pensionamento dal suo lavoro di insegnante liceale di Storia dell’Arte, che le ha permesso mantenersi al corrente dei principali movimenti ed avvenimenti artistici e insieme rimanere appartata da qualunque di essi.

Si potrebbe dire che Maria ha saltato a piè pari tutti gli eccessi anoressici e bulimici che spesso caratterizzano le manifestazioni artistiche dello sconcerto contemporaneo, e attinge invece a degli stati di coscienza alterata di origine assai più antica, che risalgono alla “sobria ebrietas” di tradizione mistica o addirittura, se si preferisce, al fervore espressivo di certe ceramiche votive d’epoca fenicio-punica. Quel che è chiaro è che Maria Crespellani non ha complessi nel mettersi a raccontare storie, non dubita mai dell’intelligenza dell’osservatore né, soprattutto, cede alla tentazione di dare più importanza a se stessa che alle cose che racconta.
Il suo slancio comunicativo è secondo solo ad un altro sentimento, di cui peraltro si alimenta: l’adesione appassionata alla vita, il senso di francescana meraviglia per l’armonia e la magnificenza del creato, che include tutte le contraddizioni nella tremenda forza del suo mistero.
Il messaggio artistico di Maria Crespellani comincia qui, nella sua capacità di partecipare alle vicende umane in una chiave che ne sottolinea il contatto diretto e costante col divino. Perciò il vortice dell’autoreferenza, che ha inghiottito tanta “arte” (e allontanato tanti osservatori dalle sue sponde mute, costellate di detriti), non ha fatto presa sulla Crespellani: perché lei è presa invece dal tumulto della vita e dal turbine della trascendenza. Questa apertura al sacro alimenta in lei un fuoco interiore di una straordinaria audacia creativa, in virtù del quale la sovversione dei valori coincide con la delicatezza dell’atto poetico: il piccolo diventa grande, la sofferenza gioia, la fragilità forza, la sconfitta vittoria.

La piccolezza delle opere, ad esempio, è una vera e propria chiave di lettura dell’arte di Maria Crespellani, e non solo una conseguenza dell’origine amateur della sua attività e delle limitazioni concrete a cui era soggetta: sono proprio le dimensioni ridotte, che obbligano ad una osservazione minuziosa e ad una prossimità fisica e psichica, ciò che favoriscono la complicità dell’osservatore e rendono possibile il salto nel simbolico, il gioco della trasfigurazione a cui si riferisce il titolo. Ed una volta fatto il salto, è come essere entrati nello specchio di Alice: veniamo contagiati da questa disposizione metaforica capace di trasformare qualunque cosa in qualcos’altro, di cui Maria Crespellani è maestra e si potrebbe dire sacerdotessa.

Naturalmente si può anche fare una lettura “laica” di queste opere, del gioco comunicativo che suscitano, dell’amplificazione dei significati e dei sensi a cui ci invitano. Il dito indica la luna ma perfino il dito è bello da guardare. Tutto è pervaso da una ironia tenera e affettuosa, che insieme alla partecipazione permette una presa di distanza. Ma non inganniamoci: il messaggio di Maria Crespellani scende alla radice del bisogno spirituale e del dilemma religioso, e scommette sul sacro senza reticenze, come cammino per raggiungere la pienezza della propria condizione umana.

Per Maria, dunque, il dialogo col divino si stabilisce nella partecipazione al creato come creatura, prima ancora che come creatrice. È una differenza sostanziale, che in parte spiega perché il carattere delle sue opere, così umile ed insieme così elevato, sia così poco frequente. Il che non priva nessuno di godere della freschezza delle sue piccole sculture, limpidamente semplici, di una grazia senza sotterfugi, come un canto che sgorga dal cuore e che non richiede partiture.

Stefano Puddu

23.5.2004

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